Web design senza barriere,
ovvero accessibilità 2.0

(di Roger Johansson e Tommy Olsson, versione originale in lingua inglese (24/10/06),
traduzione di Franco Carcillo pubblicata su autorizzazione degli autori)

Recentemente, l’annoso dibattito sulla definizione di ‘accessibilità del web’ si è di nuovo infiammato, nonostante i tentativi di mettere pace. Due sono le tesi: la prima sostiene che ‘accessibilità’ significhi ‘possibilità di accesso’, mentre la seconda ritiene che indichi ‘possibilità di accesso per le persone con disabilità’. Il dibattito si è acceso da ambo le parti sia con attacchi personali sia con informazioni palesemente falsificate. Queste lotte intestine sono una potenziale minaccia per l’accessibilità, persino maggiore dell’ignoranza e della riluttanza dei professionisti del web su tale tema. Entrambi gli autori di questo articolo (NdT Tommy Olsson e Roger Johansson, e…il traduttore) sostengono fermamente la prima tesi. Crediamo nella realizzazione di siti web senza barriere, rendendo, in tal modo, il web accessibile a quante più persone possibili. In questo articolo cerchiamo di spiegare perché crediamo che ciò sia importante e perché non crediamo che l'includere tutti rischi di escludere le persone con disabilità.

Accessibilità, universalità o entrambe?

Una delle premesse fondamentali per i sostenitori della seconda tesi è che l’accessibilità si occupa di quelle circostanze nelle quali una persona non ha altra scelta. Ciò normalmente si traduce nel fatto che si ha una forma di disabilità quando vengono colpite le capacità personali di un individuo nell'utilizzare il web. Ci sono tuttavia altre situazioni nelle quali le persone non hanno davvero altre scelte. Ad esempio molte persone vivono in zone rurali dove è impossibile disporre di una connessione veloce su larga banda. Sostenere che abbiano come scelta quella di trasferirsi in città è oltremodo ridicolo. Per entrambe le tesi, le persone con disabilità rappresentanto una importante comunità di utenti. Nel mondo reale, una disabilità fisica può rendere difficile se non impossibile utilizzare compiutamente i servizi pubblici o commerciali. Non c’è alcun motivo per replicare le stesse barriere nel mondo virtuale dei servizi online. La sola vera differenza tra le due tesi è che la prima vuole portare questo principio un passo più avanti e rimuovere tutte le barriere non necessarie. Non comprendiamo la razionalità nel rendere un sito accessibile solo alle persone con disabilità, quando queste usano particolari sistemi operativi o navigatori con ActiveX, JavaScript e Flash abilitati, e hanno una connessione ad internet a 8 Mbit/s. Crediamo che una strategia più adeguata sia realizzare siti nei quali il contenuto sia accessibile a tutti. Miglioramenti, non intrusivi, potranno poi essere aggiunti per aumentare l’usabilità e l’estetica della realizzazione. Questo concetto, spesso indicato come ‘miglioramento progressivo’, significa iniziare dall’effettivo contenuto, che normalmente consiste in testo e a volte immagini. Una volta inseritolo, è possibile aggiungere lo stile necessario a rendere il contenuto esteticamente attraente per quelli che possono percepire l’aspetto visivo. Dopodiché si può migliorarne l’usabilità aggiungendo JavaScript, Flash o qualsivoglia tecnologia adatta allo scopo. L’importante è aggiungere queste migliorie senza dipenderne. Spesso viene argomentato che ‘universalità’ (termine con cui la seconda tesi definisce ciò che noi indichiamo come ‘accessibilità’) significhi non poter usare JavaScript, Flash o qualsiasi altra tecnologia all’infuori di testo marcato con HTML. Ciò è completamente falso, e conferma una fondamentale incomprensione del significato dato all'accessibilità dai sostenitori della prima tesi.

Prima le persone

Indipendentemente da quale tesi scegliate, la cosa più importante sono le persone: quelle che visitano i nostri siti. L’Accessibilità (o universalità) non riguarda i programmi di navigazione o le tecnologie assistive: riguarda le persone che usano quei navigatori e quelle tecnologie. Rendere un sito accessibile ai non vedenti, ad esempio, è in senso lato una questione che attiene all’utilizzo di tastiere e lettori di schermo, perché è usando tali strumenti che la maggior parte dei non vedenti si interfaccia con i propri computer. Ciò non rende il lettore di schermo più importante della persona che lo usa, ma un elemento che occorre considerare quando si cerca di rendere i nostri siti accessibili dalle persone che usano proprio quei lettori di schermo. I sostenitori della seconda tesi spesso dicono che il confondere universalità con accessibilità (per le persone con disabilità) provochi un indebolimento del concetto di accessibilità del web. Questa è una affermazione valida e rilevante, ma non condividiamo questa preoccupazione.

Vendere l'accessibilità

Noi, come sostenitori dell’accessibilità e sviluppatori web, dobbiamo in qualche modo ‘vendere’ il concetto di accessibilità ai nostri clienti e ai nostri colleghi. Questo può essere relativamente facile per i siti governativi, dove la legislazione spesso proibisce la discriminazione, ma rappresenta una vera sfida per i siti commerciali. Qual è il ROI - ritorno dell’investimento - in accessibilità? Che effetto avrà sui nostri utili? Come migliorerà la nostra relazione trimestrale? In casi come questi perorare la causa a nome di un anonimo gruppo di persone con disabilità ottiene lo stesso effetto che parlare ad un muro. E questo non perché i clienti siano cinici o crudeli: semplicemente raffrontano il costo percepito dell’accessibilità con l’aumento atteso delle entrate. Se il piatto della bilancia mostra una perdita, vorranno escludere il gruppo dei disabili, considerandolo una perdita accettabile. I soldi dettano legge.

L'importante sono i risultati finali

Se evitiamo la ristretta definizione di accessibilità che i sostenitori della seconda tesi urlano a gran voce, abbiamo una maggiore possibilità di convincere gli scettici circa i benefici di un sito accessibile. Perdere il 15% dei visitatori perchè utilizzano FireFox ha un impatto finanziario maggiore rispetto alla perdita dell’1% dovuta ai non vedenti. La riduzione nel carico dei server e della banda di trasmissione utilizzata può essere tradotta in elementi monetizzabili in un foglio Excel e mostrare quanto ci si guadagni. I benefici nella presenza sui motori di ricerca sono compresi immediatamente. E se è questo che convince i clienti, se è questo che ci consente di progettar loro un sito accessibile, cosa importa davvero? Il risultato è un sito accessibile al maggior numero di utenti possibili, inclusi quelli con disabilità. E questo sarebbe negativo?

NdT

L'articolo qui presentato riprende, nell'originale inglese, la metafora utilizzata nell'articolo di Gez Lemon e Mike Cherim su accessites.org che presenta le due tesi come 'Campo Base 1' e 'Campo Base 2'. Questo perchè gli autori credono che l'accessibilità è una meta, come la cima di una montagna, e la scalata non è possibile senza un avvicinamento a tappe con campi base di appoggio. Per semplicità espositiva ho omesso questa metafora. Ringrazio Andrea Cima Serniotti e Andrea Di Pizio che mi hanno suggerito alcune modifiche alla mia versione iniziale.